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Selvaggi e Folli nelle tradizioni europee/Il ceppo mitico del Selvaggio europeo/Selvaggi e Folli nel Medievo/
Il ceppo mitico del Selvaggio europeo
Selvaggi e Folli nel Medioevo
Galleria iconografica
 
Bibliografia

Il ceppo mitico della figura del Selvaggio

Il Selvaggio è, in tutte le sue articolazioni, la figura centrale di una serie di credenze e di rituali che permeano l’Europa durante tutto il medioevo.
I segni visibili della sua presenza nell’immaginario europeo sono innumerevoli: racconti e leggende provenienti dalla tradizione orale che lo vedono protagonista, così come incisioni, miniature, elementi scultorei decorativi di chiese e cattedrali, arazzi, affreschi e dipinti.




A sinistra:Uomo Selvaggio tenuto alla catena da una dama. Arazzo, XV secolo, Svizzera. Nationalmuseet, Copenhagen.
A destra:elemento scultoreo raffigurante l'Uomo Selvaggio con il suo bastone su un pinnacolo del Duomo di Milano.


Il Selvaggio vive al di fuori delle zone inurbate, è abitatore della selva, conosce i segreti degli animali e della vegetazione, sussume e sperimenta su di sé la forza e la potenza della natura. Il suo aspetto è molto possente, spesso è ricoperto da una folta peluria oltreché che da lunghi capelli e da una barba. Tratti che lo avvicinano alle fiere con cui condivide i luoghi quotidiani. Anche gli elementi vegetali possono manifestarsi in modo tale che nessun elemento naturale venga escluso. E’ insomma una creatura che oltre a vivere in zone di confine è essa stessa al confine tra l’uomo e la natura. Proprio la sua liminalità lo mette in contatto con gli inferi, con il mondo dei morti e degli antenati che per le culture orali appartengono alla sfera delle origini e quindi del sacro. Il Selvaggio predilige anche abitazioni di confine, quali alberi cavi o cavità, “porte magiche” che consentono fisicamente il passaggio fra i due mondi. I rituali in cui, attraverso la sua maschera, tale creatura si presentifica lo vedono assumere su di sè tratti zooantropomorfi e talvolta vegetali a far segno del manifestarsi delle forze primigenie e fecondatrici della natura.

Secondo una radicata letteratura scientifica il ceppo mitico attraverso cui tale figura dallo statuto semidivino ci è giunta e si è perpetuata nel Medioevo è rintracciabile attraverso una serie di narrazioni fantastiche (mirabilia) e di documenti iconografici.

Gli eserciti dei morti

Alla fine del XII secolo, nel suo De Nugis Curialium “Le facezie dei cortigiani”, Walter Map, chierico gallese alla corte di Enrico II il Plantageneto, scrive di diffuse narrazioni popolari che si riferiscono a ripetute apparizioni di spettrali cavalieri erranti, fra i quali persone sicuramente già defunte.
Racconti meravigliosi che vedono protagonista un autentico esercito di revenant, nel testo indicato come Herlethingi familia e che richiamano analoghe credenze relative a turbe furiose di guerrieri-cacciatori al seguito di condottieri che provengono dalla mitologia germanica e celtica quali Wotan/Odino o Re Artù.
Apparizioni notturne, talvolta anche meridiane (poiché, come argomenta Roger Caillois, nel mondo rurale le attività si interrompono quando il sole è allo zenit), quasi sempre in luoghi di confine, in prossimità di un crocevia, di una foresta, di un fiume.


In uno dei suo dei suoi racconti Walter Map fa riferimento ad Herla re degli antichissimi bretoni da cui Jean-Claude Schmitt ritiene si possa far risalire il mito d’origine della Masnada di Hellequin. Il re Herla stringe un patto con il re dei nani (dei “Pigmei” scrive Walter Map) ossia dei morti. Quest’ultimo in occasione delle sue nozze invita re Herla il quale lo raggiunge nel sontuoso palazzo che sorge all’interno di una caverna. Da qui re Herla uscirà con un gran carico di doni “cavalli, cani, falconi, e tutto ciò che è necessario alla caccia a cavallo e con il falco” oltreché che di un “canis sanguinarius” che avrebbe dovuto portare sempre sul suo cavallo. Il re e il suo seguito non avrebbero mai dovuto scendere a terra prima del cane perché altrimenti sarebbero stati ridotti in polvere. Re Herla quindi sarà condannato dal sortilegio del re dei morti a vagare per sempre come uno spettro, “sine quiete vel residencia” a capo dei suoi cavalieri (Schmitt, 1988, p.152).

Ma è a metà del XII secolo che compare una delle più antiche testimonianze sulle credenze popolari intorno alla figura di Hellequin. Nella sua Storia Ecclesiastica Oderico Vitale racconta dell’apparizione al giovane prete Walchelin di un immenso esercito durante la notte del primo gennaio 1091. Alla testa del corteo vi era un gigante armato di un randello che gli intimò di fermarsi e di assistere alla sfilata dell’exercitus. Un primo gruppo era costituito da “un immensa truppa di fanti” , a seguire una schiera di sterratori che portavano a due a due una serie di barelle cariche di nani dalla testa enorme oppure a forma di vaso. Fra gli altri veniva poi un gran numero di donne a cavallo che subivano atroci torture per essere state delle peccatrici. Il secondo gruppo dell’esercito era costituito da “un esercito di preti e monaci”. Ma l’ondata successiva era la più terrificante :“l’esercito dei cavalieri” (Exercitus militum) vomitava fuoco e si presentava come un insieme tutto nero. Uomini in possesso di qualsiasi tipo di armi ed in sella a cavalli enormi sembrava si avviassero alla guerra. Dopo aver visto parecchie migliaia di cavalieri Walchelin si rese conto che si trattava della Familia Herlechini (Schmitt, 1988, pp.129-130).

Nel quadro più ampio delle tradizioni europee ritroviamo figure di varia denominazione che già secondo Alessandro Wesselofsky (fine del XIX secolo) riconducono questi personaggi ad un unico ceppo mitico ossia quello della WildeJagd o Caccia selvaggia.



Il dipinto "Åsgårdsreien" del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo raffigurante la Caccia Selvaggia, 1872, Galleria Nazionale di Oslo.

La credenza nell’ esercito dei morti capeggiato da mitici re e costituito dai suoi valorosi guerrieri è il segno della consolidata religio popolare che riteneva vi fossero momenti e luoghi di una reale contiguità tra il mondo dei vivi e quello degli antenati, ma nel racconto di Oderico Vitale si palesano i segni di una cristianizzazione dei morti poiché questi ultimi appaiono come anime in pena che chiedono al testimone di intercedere per riscattare i loro peccati ed interrompere così la loro erranza espiatoria.


Nascita del Purgatorio e demonizzazione dei revenant e di Hellequin

Ma sul finire del XII secolo venne il tempo in cui il mondo dei viventi divenne rigidamente separato da quello dei morti. La definitiva sistemazione del Purgatorio, come luogo posto in un aldilà che non può contemplare contatti con gli uomini sulla terra, stabilì che gli spiriti incontrati non potevano essere altro che anime dannate, esseri diabolici e tentatori. Figure fino a quel momento temute e mitizzate subiranno dunque una vera demonizzazione che però la cultura popolare recupererà, comunque, in quanto irrinunciabili garanti dei collegamenti con il regno dei morti ossia degli antenati intesi come parte delle forze che muovono e rigenerano la natura.


Le “origini” dell’aristocrazia guerriera e l’antenato Selvaggio

Il Selvaggio non è solo una figura che appartiene alla cultura dei pauperes e degli aratores, poiché non è affatto raro ritrovarlo raffigurato negli stemmi araldici a far segno di presunte origini mitiche di alcune genealogie aristocratiche.
L’aristocrazia medievale infatti è un’aristocrazia guerriera, consapevole dei valori delle proprie origini barbariche. Il coraggio, la forza, le abilità guerresche sono caratteristiche necessarie per assolvere pienamente alla funzione richiesta al gruppo sociale più potente.
La ricerca e la rappresentazione delle proprie origini da parte dei bellatores conduce a figure decisamente zoomorfe, quali l’orso, o a figure zooantropomorfe che meglio sussumono su sé e possono quindi trasferire alla casata tali valori.

Gli eserciti dei morti si inselvatiscono

Con la demonizzazione dell’esercito dei revenant, gli spettri perdono in parte le caratteristiche cavalleresche e guerriere per ibridarsi, come testimoniato da una significativa iconografia, con altre figure di antica ascendenza mitica, abitatrici anch’esse delle selve e dei boschi.

Fauno e Silvano

Arcaiche divinità romane presiedono alle zone di confine e per attributi e fenomenologia possono essere avvicinati al Selvaggio, si tratta di Fauno e di Silvano.
Gli antichi romani suddividevano la terra vicina in due grandi regioni contigue: quella in cui gli uomini erano padroni e quella in cui si sentivano estranei. Nella prima presiedevano i Lari e nella seconda alcune divinità tra le quali Fauno. Entrambe le zone non avevano nulla a che vedere con le terrae incognitae che non destavano alcun interesse presso i romani. Si tratta dunque di terre facilmente raggiungibili dall’uomo anche se non del tutto domestiche. Territori che comprendono anche la campagna stessa al di là dei confini delle terre coltivate. Luoghi in cui vivono creature che possono fecondare i campi, moltiplicare il bestiame, offrire i pascoli estivi della montagna boschiva (Dumézil, 1977).
Fauno è quindi agrestis (Ovidio, Fasti. 2, 193; 3, 315) in contrapposizione netta alla città ed attraverso una serie di offerte votive e di precauzioni i contadini possono trarre vantaggio da queste presenze liminali.



A sinistra: statua del dio Silvano, Museo Nazionale Romano, Roma
A destra:statua votiva dedicata a Silvano da un ursarius (un legionario incaricato della cattura di orsi per gli spettacoli circensi) della Legione Ulpia stanziata in Germania, Archäologischer Park, Xanten.


Silvano può essere considerato uno degli aspetti di Fauno, silvicola Faunus (Virgilio, Eneide, 10, 551), ma quando la colonizzazione si appropria di terreni prima incolti diviene il dio della cascina, delle attività agricole, colui che concede la foresta agli animali addomesticati. E’ barbuto, munito di un giovane cipresso sradicato e di un bastone. Elementi che compaiono anche nella raffigurazione medievale del Selvaggio. La sua funzione viene talvolta assimilata a quella di Termine, protettore dei confini, tutor finium.

Ma quando una volta all’anno il mondo regolato e il mondo selvaggio entravano in contatto, Fauno era dappertutto e si stabiliva un vincolo inquietante fra due due mondi, quello dei vivi e quello dei morti: fine dell’inverno e approssimarsi della primavera e del nuovo anno (Dumézil, 1977). Fauno e Silvano sono anch’esse figure che vivono e presiedono le zone di confine e possono diventare il trait d’union tra gli uomini e la natura, ma anche tra i vivi e i morti proprio come il Selvaggio medievale.

 

Pan

L’aspetto fisico di Fauno, dio terrestre dalle origini antichissime, viene ripreso da quello del dio greco Pan in quanto i romani non erano soliti rappresentare l’immagine degli dei attraverso pitture o sculture. Si tratta di un essere zooantropomorfo dalle zampe e dai piedi caprini, dal corpo villoso e dalla testa antropomorfa ma cornuta. Pan è il dio dei pastori e delle greggi e sembra provenire originariamente dall’Arcadia. Possiede una formidabile agilità che gli permette di percorrere velocemente i territori scoscesi delle montagne e di assolvere così alla funzione di sentinella delle greggi. Dotato di una energia sessuale inesauribile è sempre impegnato a cercare di sedurre le ninfe con le quali ne condivide i luoghi quotidiani del ristoro e del riposo: sorgenti e grotte. I cacciatori, pur rivolgendosi principalmente ad Artemide, offrono anche a lui i doni votivi per la propiziazione di tale attività. Ma anche la funzione guerriera viene svolta dal dio dei pastori. In grado di infondere un terrore totalizzante presso i nemici, il timor panico per l’appunto, induce gli uomini a comportamenti folli. Il panico, che i greci associavano alle attività militari, andava di pari passo con l’immaginare le peggiori congetture. Tale illusione poteva portare alla disgregazione degli eserciti. Ecco cosa avvenne ai galli dopo la sconfitta a Delfi: “All’inizio alcuni persero la testa: credevano di sentire il rumore dei cavalli lanciati contro di loro, o il nemico che correva all’assalto. Presero le armi, si divisero in due gruppi e combatterono gli uni contro gli altri, non più in grado nè di capire la loro lingua, né di riconoscersi dagli elmi o dai volti…La pazzia inviata dal dio fece in modo che i galli si sterminassero con le proprie mani” (Pausania, X, 23, 6-8; Bonnefoy, 1989).
La funzione fecondatrice rappresentata attraverso la potenza sessuale, la funzione di cacciatore, la funzione guerriera ed il tratto della follia sono tutti elementi che ricorrono ampiamente nelle rappresentazioni e nelle declinazioni della figura del Selvaggio medievale.



A sinistra: gruppo statuario raffigurante Afrodite, Pan ed Eros proveniente da Delo, 100 a.C. circa,
Museo Archeologico Nazionale, Atene.
A destra: "Il trionfo di Pan", dipinto di Nicolas Poussin, olio su tela, 1635-1636. Kansas City, M.O., The Nelson-Atkins Museum of Art.


Bibliografia